Senza Padroni Quindi Romanisti
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Concerti, recensioni, nuovi album e.. playlist

Last Update: 6/26/2019 12:37 PM
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3/25/2011 1:26 PM
 
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Ecco il nuovo Vasco
"Contro i conservatori"


Il rocker di Zocca presenta il suo nuovo album, "Vivere o niente". E parla di Dio, della guerra e della morte. "Se e quando spegnerò l'interruttore sarà per il mio diritto di decidere, che nessuno mi può levare" di LUIGI BOLOGNINI


MILANO - È nato l'uomo nuovo, l'uomo di oggi, un uomo "cioè che non crede alle verità eterne: la scienza dimostra che tutto evolve e cambia, e che la verità è tale solo fino a prova contraria. Ne consegue che la vita è un caso, non un dono. Quindi il primo comandamento deve essere un patto con se stessi, anzi con le proprie emozioni: le lasciamo vivere e loro non ci fanno fuori". Chi è questo filosofo del terzo millennio? Ovvio, quello che ha cantato una "generazione senza più santi né eroi", Vasco Rossi. Che nel suo nuovo disco Vivere o niente - e in particolare nella canzone Manifesto futurista della nuova umanità che ne è un po' il simbolo - accelera. E non solo in senso metaforico: in copertina lui in camicia e addirittura cravatta ("ma era il vestito che avevo indosso la sera prima, nulla più") e senza il fidato berrettino "che "serviva solo per trattenere il sudore durante i concerti", si guarda indietro terrorizzato mentre guida, "mentre nelle foto del libretto scendo dall'auto e la brucio per non lasciare prove, per tornare in clandestinità, là dove devo essere". Perché secondo il Vasco-pensiero "l'artista deve fuggire dai posti di blocco del conservatorismo, dall'omologazione, dai poteri che non lo vogliono far parlare, lo controllano, lo limitano".

Lui invece vuol continuare a cantare quello che pensa, e quello che pensa è proprio che non esiste un creatore: "Troppo facile, quando succede qualcosa di brutto, pensare che è il volere di Dio e che il male è fuori di noi, invece il diavolo è una parte di noi, è il nostro lato oscuro. Non tutto è colpa nostra, ma neppure c'entra Dio: ci sono religiosi arrivati a dire che lo tsunami in Giappone è stato il volere di Dio, ma chi parte da un presupposto sbagliato a quel punto può dire tutto quel che vuole. La verità è che dobbiamo vivere con la nostra coscienza, e sarà dura. Mi sveglio spesso pieno di pensieri la notte, ma il viaggio lo affronto: spesso abbiamo paura del fantasma della realtà, non della realtà". Anche se la realtà fa paura, chi lo nega? "C'è lo tsunami. C'è la guerra in Libia che è ovviamente questione di petrolio, perché tutto è mosso dall'avidità. Certo, Vivere non è facile, come intitolo un altro brano, del cd, ma la vita va affrontata così com'è, senza drammatizzare né cercare ragioni altre, con un po' di coraggio, oppure niente, e questo spiega la scelta del titolo per il disco. Ma non sono pessimista, metto semplicemente le mani avanti. Penso al peggio, così tutto il resto può essere solo positivo. Quanto al niente, se e quando spegnerò l'interruttore sarà per il mio diritto di decidere, che nessuno mi può levare. E ora chissà quante me ne dirà Ruini". Lui d'altronde alla morte si è sentito vicino spesso: "Ho sempre cantato tutto quello che pensavo perché quando scrivevo pensavo sempre che sarei morto a breve, tanto in fretta bruciavo la vita. Mi riferisco a quello quando nel singolo Eh già dico: "sembrava la fine del mondo e sono ancora qua". Negli ultimi 30 anni me ne sono capitate di tutte, sono arrivato a 59 anni e ancora non ci credo".

Invece eccolo qui vegetissimo ma soprattutto vivissimo, pronto a un tour estivo che partirà l'11 giugno all'Heineken Jammin' Festival di Venezia per passare a San Siro a Milano (16, 17, 21 e 22 giugno), Messina (26 giugno) e Olimpico a Roma (1 e 2 luglio): "Sarà un bellissimo spettacolo, incentrato sul nuovo disco. una festa di comunione, e anche di liberazione", scherza, tanto per ingraziarsi definitivamente il mondo cattolico.
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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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3/31/2011 11:09 AM
 
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il 27 giugno all'Atlantico ci sono i Primus..costicchiano però..minimo 52 € ..
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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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4/1/2011 3:19 PM
 
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E STI CAZZI CHE COSTICCHIANO!
sò uno dei pochi grupponi (di mio gradimento) che mi mancano!!!
ci vado a PROPALLA [SM=x2478842]


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4/1/2011 4:14 PM
 
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Re:
giove(R), 01/04/2011 15.19:

E STI CAZZI CHE COSTICCHIANO!
sò uno dei pochi grupponi (di mio gradimento) che mi mancano!!!
ci vado a PROPALLA [SM=x2478842]




il 27 giugno all'Atlantico..... portate una tanica d'acqua [SM=g7554]

a capanelle invece ci saranno i Korn ,che mi stanno un pò sulle palle però so belli potenti [SM=g10672] boh ci devo pensare
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5/2/2011 4:37 PM
 
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La videostoria del rock su Wolfgang's Vault


Uno dei migliori siti al mondo dedicati alla musica live apre i suoi archivi di filmati e concerti d'epoca.



Gli U2 scavezzacollo del 1981, Miles Davis in canottiera e Bitches Brew elettrica nel 1970, i Devotchka che rifanno Neil Young l’altro ieri. Sono alcuni esempi del tesoro disponibile nella neonata sezione video di Wolfgang’s Vault.
Aperto nel 2002 e inizialmente basato sugli sconfinati archivi del promoter Bill Graham, il sito raccoglie oggi centinaia di concerti di giganti del rock (Rolling Stones, Pink Floyd, Bruce Springsteen, Neil Young, David Bowie…) e giovani leve (Tame Impala, Iron & Wine, Sondre Lerche, The National).
Fino a pochi giorni fa i live erano disponibili solo in audio (gratis in streaming, a pagamento in download). Adesso sono arrivati anche i video e nella prima infornata ci sono Who (nella foto), Rolling Stones, Aretha Franklyn, AC/DC, Ramones, Bob Marley e molti altri. Rispetto alla disordinata ricchezza di YouTube, su Wolfgang’s Vault si respira tutto l’amore e la cura degli appassionati. E nonostante lo streaming ancora da calibrare, c’è da perderci delle ore.


Interessante!

www.wolfgangsvault.com/video/
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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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5/3/2011 11:26 AM
 
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venerdì me portano a vedè tali Voi Vod (ma non è hanno giocato con Boskov?).. m'hanno fatto sentire della roba... pesantucci...



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5/3/2011 11:41 AM
 
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a proposito di pesantucci..il 1 giugno all'Auditorium ci sono gli Einsturzende Neubaten..avanguardia industrial berlinese che Loser sicuramente conosce e avrà masticato..
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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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5/3/2011 11:45 AM
 
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Re:
Sound72, 03/05/2011 11.41:

a proposito di pesantucci..il 1 giugno all'Auditorium ci sono gli Einsturzende Neubaten..avanguardia industrial berlinese che Loser sicuramente conosce e avrà masticato..




un bel mattone [SM=x2478856] [SM=x2478856] [SM=x2478856]
io non li digerisco ,un mio amico con questo che andrà a vedere penso arriverà ai 25 concerti visti degli Einsturzende [SM=g27993]
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5/5/2011 12:08 PM
 
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lo posto perchè mi pare che ne avevate parlato in passato dei Baustelle


Il leader dei Baustelle: "Sognavo
di scrivere prima di saper suonare"



S'intitola «Il regno animale» il romanzo che segna il debutto
letterario di Francesco Bianconi


Le vicende che stanno per essere raccontate sono false», si legge nel risvolto di copertina de Il mondo animale di Francesco Bianconi, che l’autore presenta oggi alla Fnac di Torino, in Via Roma. «Nel romanzo che state per leggere l’autore gioca con il presente e i suoi nomi, trattando questi ultimi come neomitologie e come stimolatori di universi di senso possibili ma completamente disgiunti dalla realtà oggettiva». Già, romanzo: perché Bianconi è passato dal colto pop dei Baustelle ai tipi di Mondadori. Il suo debutto narrativo è maturo e ironico proprio come ci si aspetterebbe dall’autore di quei piccoli capolavori di parole e musica intitolati Charlie Fa Surf, Gli Spietati o La Guerra è Finita.

Che differenza c’è tra scrivere una canzone e un romanzo?
«Le canzoni sono brevi, sintetiche, assomigliano alle poesie, mentre un romanzo è organizzato in un modo diverso. Non è stato facile, ero abituato a un altro respiro, non mi ero mai cimentato con una storia lunga. Per me è un sogno che si realizza, nei miei sogni di bambino volevo inventare delle storie, prima ancora della mia passione della musica, quando neanche sapevo cosa fosse una chitarra».

Di storie in realtà ce ne sono parecchie, c’è pure la descrizione del bunga bunga. Come mai?
«Volevo raccontare le storie e i valori di oggi, o la loro mancanza: come siamo cambiati noi e com’è cambiato il Paese negli ultimi dieci o vent’anni attraverso la vicenda di un ragazzo, Alberto. Volevo raccontare il mio tempo e il mio Paese: l’ambientazione è milanese, ma Milano è un simbolo dell’Italia».

Ha avuto dei modelli per la scrittura?
«Non ho davvero modelli, ma autori che mi piacciono e in qualche modo mi ispirano, come con le canzoni: normalmente è un piacere, ma stavolta erano troppi, troppo pesanti e non riuscivo a scrivere. Dopo cinque righe rileggevo e mi dicevo: questo è Dostoevsky, questo Hemingway. Ho cominciato davvero solo quando li ho dimenticati e sono rimasto da solo con me stesso, nudo di fronte a un foglio bianco».

Quanto tempo ci ha messo?
«Due anni mezzo, forse tre. Avevo cominciato con dei racconti, storie brevi, proprio per non confrontarmi con la letteratura vera, poi è stato come se il romanzo mi avesse chiamato, i racconti alla fine giravano intorno alla stessa grande storia, il protagonista era lo stesso, così il romanzo è arrivato da solo e ho rifatto tutto da capo».

Quanto c'è di Francesco Bianconi in questo libro?
«Non sono esattamente come il Francesco Bianconi del racconto, ma nemmeno come Alberto; una parte di me è Susi, un'altra Ilaria, alcuni tratti si riflettono negli altri personaggi: mettendoli insieme si arriva al cento per cento, ma nessuno mi rappresenta da solo».

E la musica?
«Volevo utilizzarla il meno possibile, volevo che non ci fossero citazioni di canzoni. C'è Robertino che ha un passato da musicista, ma nel libro viene fuori solo perché è finalizzato al racconto. Non volevo parlare di musica perché faccio parte dell’ambiente, è un tranello in cui è troppo facile cadere».
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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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5/6/2011 5:53 PM
 
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Quei ragazzacci degli Ac/Dc
con la chitarra sotto al letto


L'incontro con Angus Young e Brian Johnson alla vigilia dell'uscita del nuovo dvd "Live at River Plate". Cinquant'anni suonati e nessuna voglia di smettere. "Dagli anni Settanta molto è cambiato ma i sentimenti sono gli stessi. L'hard rock non è un genere, è un feeling"

LONDRA - Se vi capitasse di incontrare per strada Angus Young avreste qualche difficoltà a riconoscerlo. Non perché sia particolarmente cambiato (certo gli anni sono passati anche per lui, i capelli sono diventati più radi, qualche ruga che prima non c'era gli solca il viso, ma gli occhi azzurri brillano ancora di giovanile entusiasmo), ma perché fuori dalla scena il leggendario chitarrista degli Ac/Dc non è così selvaggio e fuori controllo, anzi, la cortesia e il garbo con cui ci accoglie sono distantissime dallo "school boy" elettrico che mette in scena con la sua band. Prendete, ad esempio, il nuovo dvd della band, Live at River Plate, che esce martedi prossimo: tutto quello che ci troverete è rigorosamente hard rock, quelli che vedrete in scena sono cinque signori che hanno votato la loro vita alla causa e non l'hanno mai tradita e davanti a tutti c'è lui, Angus Young, con la sua chitarra elettrica a tracolla, i pantaloni corti, la divisa scolastica e l'aria di uno che nonostante abbia superato da qualche tempo la cinquantina non ha alcuna voglia di calmarsi, di smettere di suonare a tutto volume, di staccare la spina e piantarla con il rock'n'roll.

"E perché mai dovrei farlo?", dice ridendo, "tante, troppe volte hanno detto che il rock era morto. Mi ricordo un importante discografico che negli anni Settanta ci disse che potevamo anche piantarla di andare in giro, che il suono delle chitarre era finito e che da quel momento in poi il suono era solo
quello delle tastiere e del progressive. Beh, le tastiere e il progressive sono passati, noi siamo ancora qui". Brian Johnson, il cantante della band, seduto accanto a Young nel lussuoso albergo di Mayfair a Londra dove li incontriamo, annuisce. E aggiunge: "Ci sono poche band che possono dire di aver ottenuto quello che abbiamo ottenuto noi. E non parlo di successo, anche se importante. Parlo del rapporto con la gente, con un pubblico che ci segue e ci ama, che viene ai nostri concerti e ne esce soddisfatto e felice. E parlo dell'amicizia che ci lega. Noi siamo davvero una band, suoniamo insieme, pensiamo insieme, sentiamo insieme tutto quello che facciamo. E questo ci rende diversi dagli altri".

Diversi gli Ac/Dc lo sono davvero. Non foss'altro che per la potenza, inaudita, della loro musica. No, non stiamo parlando di volume, di elettricità, quella è roba da metallari o da chi cerca di coprire con i watt il vuoto delle emozioni. No, parliamo di forza, di passione, di energia, quella che li ha spinti a iniziare negli anni Settanta e che li tiene vivi ancora oggi, quella che li ha portati a realizzare decine di dischi di successo e a creare un suono inconfondibile. "E' hard rock e basta", dice Young, "musica diretta, immediata, potente, figlia del rock'n'roll. Quando abbiamo cominciato noi, alla metà degli anni Settanta, il mainstream pop era fatto di canzoni dolci, di chitarre acustiche, di ballate. Noi sentivamo che mancava qualche cosa, che i ragazzi volevano qualcos'altro, che non c'era solo la voglia di ballare al lume di candela ma anche si saltare per aria, di avere attorno dell'energia. C'era bisogno di un po' di buon hard rock. E lo abbiamo fatto. Del resto non pensa che ce ne sia bisogno ancora oggi?". Difficile dargli torto. "E' vero che molte cose sono cambiate", dice ancora Young, "le tecnologie sono diverse, il mondo è diverso, le nuove generazioni sono diverse. Ma i sentimenti, i desideri, sono gli stessi. E l'hard rock non è un genere, ma un feeling".

A tessere le fila del "feeling" degli Ac/Dc, dalle origini a oggi sono i due fratelli Malcolm e Angus Young, che dall'Australia si sono mossi alla conquista del mondo con le loro chitarre, affiancati oggi da Cliff William e Phil Rudd, e soprattutto dalla voce di Brian Johnson, alta, stridente, fortissima, "l'unica in grado di tenere testa al nostro suono", dice Young. "Io so strillare molto bene, per questo sono negli Ac/Dc", dice con ironia Johnson, con il suo immancabile cappello in testa, "no, non sto scherzando. Altri cantanti hanno grandi capacità tecniche, io non ho tempo per essere tecnico, io devo stare dentro al suono della band e devo tirare fuori tutta l'energia e la passione che ho. E questo mi fa essere in sintonia con loro. Il mio timbro vocale è particolare, ma è parte integrante del suono degli Ac/Dc, non potrei cantare in un altro modo, non andrebbe bene".

Johnson è inglese ma anche italiano (la madre Ester De Luca è di Frascati, in provincia di Roma) e lui ama molto venire in Italia e ritrovare i parenti: "Vengo spesso, a giugno tornerò di nuovo con la mia famiglia. Mi piace molto l'Italia e ho un legame con le mie radici che mi piace coltivare". "Il pubblico italiano ci ha sempre accolto con grande entusiasmo", aggiunge Young, "e non c'è dubbio che torneremo anche con il prossimo tour a esibirci nel vostro paese". I fan li attendono con ansia, così come hanno fatto per il tour testimoniato dal nuovo dvd. Era il tour che seguiva la pubblicazione di Black Ice, un disco realizzato dopo otto lunghissimi anni di silenzio discografico. E quando sono tornati tutto è ricominciato come prima. "Noi viviamo per fare musica", dice Young,"certo è ovviamente anche un lavoro, ma non è questa la motivazione principale. Non facciamo dischi perché 'dobbiamò farli ma quand abbiamo canzoni che ci convincono, quando sentiamo che siamo in grado di emozionare la gente che vuole ascoltarci. E poi se provassimo a fare finta, a non essere noi stessi, non ci riusciremmo nemmeno".

Young è senza dubbio uno dei chitarristi più amati della storia del rock. E da rocker continua a vivere. Ma non è una star, non ha mai avuto atteggiamenti da divo, non ne ha nemmeno il fisico. "Non mi interessa, a me piace suonare. Non ho nemmeno l'immagine di un chitarrista rock. Se chiedono a qualcuno com'è un chitarrista rock è difficile che rispondano che è uno che suona una Gibson vestito con la divisa della scuola come me. Alle volte prima dei concerti faccio un giro tra il pubblico, è difficilissimo che mi riconoscano quando non ho gli abiti da scolaretto". Già, la divisa scolastica è il suo marchio di fabbrica, il suo modo di rappresentare l'eterna giovinezza, la sua e quella del rock, che non vuole crescere e uscire dall'adolescenza. "L'idea della divisa non è stata mia, però", racconta, "ma di mia sorella. Mi vedeva sempre arrivare a casa da scuola e correre a prendere la chitarra, non mi cambiavo e uscivo subito. O michiudevo nella mia stanza e iniziavo a suonare. E' lei che mi ha suggerito di andare in scena vestito cosi, e io ho sempre pensato che fosse una grande idea".

La divisa da scolaro la indossa solo quando è in scena, chissà se potrebbe vivere senza la sua chitarra."No", risponde sicuro. "Ho molte chitarre ma ne suono solo una, sempre la stessa, non l'ho mai cambiata, ho con lei un rapporto strettissimo, davvero. La controllo, so sempre dov'è, la curo. E per essere sicuro di non perderla l'ho sempre messa sotto il mio letto nella mia cameretta. Quando mi sono sposato mia moglie mi ha chiesto, "la chitarra dove va?" e io le ho risposto, "sotto il nostro letto, ovviamente". Ed è ancora li".

.........


nn li sento quasi mai però ci andrei volentieri ad un loro live!
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5/10/2011 4:22 PM
 
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il 30 maggio Interpol all'Atlantico..
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5/11/2011 3:10 PM
 
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“Ukulele Songs”, nell’ultimo disco di Eddie Vedder lo spirito romantico del rock

L'ultimo album da solista di Eddie Vedder, storico leader dei Pearl Jam, in uscita il prossimo 31 maggio

Si cambia, si cresce, si matura: “I tempi sono cambiati”, per dirla alla Dylan, e se ci si aspettava da Eddie Vedder un disco dal tono potente, dal sound grezzo ed energico in stile Pearl Jam c’è da rimanerci delusi. Ma, attenzione, il problema non è che l’ultimo album di Eddie Vedder in uscita il prossimo 31 maggio per la Monkeywrench Records, etichetta di proprietà della stessa band di Seattle – il secondo da solista del leader dei Pearl Jam – sia deludente. Tutt’altro. Già il titolo “Ukulele Songs” non tradisce: 16 canzoni voce e ukulele, con l’eccezione, in qualcuna, dell’accompagnamento col violoncello.

C’è un chiaro riferimento a qualcosa che è caratteristico dei Pearl Jam e di Vedder. Le radici folk rock americane, un filo che passa da Elvis a Neil Young e arriva, appunto, fino a Vedder. E i segni caratteristici sonori e culturali che li lega in questo album hanno assunto una forma dolce e romantica, da ninna nanna, in un rapporto intimo fra una voce e uno strumento. Ed è questo il suo fascino. C’è in “Ukulele Songs” tutto lo spirito romantico del rock ‘n roll, di chi per la prima volta ne faceva uno stile di vita, e Eddie Vedder suonando l’hukulele porta allo scoperto proprio quello spirito, lo mostra con i suoi gesti mentre lo suona.

E chi penserà a un “rimbambimento” magari dovuto all’esser diventato padre, o a un invecchiamento precoce, si sbaglia di grosso. “Ukulele Songs” è il degno contributo che un artista può dare alla sua terra e alla sua cultura. Abbandonato lo spirito nichilista che l’aveva aiutato a comporre “Into the Wild”, Vedder incide un album che racchiude tutto il romanticismo dei primi performer del rock ‘n’roll. Come nel primo album da solista in cui fece un’analisi profonda e sensibile del confronto tra società e natura, in “Ukulele Songs” grazie alla stessa capacità di analisi Vedder riesce a cogliere le sfumature e le tracce di un pezzo della storia della musica. Nelle canzoni c’è il segno indelebile di ciò che ha alimentato l’American Dream e con questo disco il mito può tornare a risplendere. Già in “BackSpacer” – l’ultimo album in studio dei Pearl Jam – si era lasciata disvelare la speranza riaffiorata in seguito all’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti, dopo gli anni dell’amministrazione Bush e di canzoni arrabbiate.

Una speranza finalmente ritrovata da Eddie Vedder, autore – ieri – di testi fra i più strazianti del Grunge, oggi in “Ukulele songs” lanciato con il singolo “Longing to belong” dove nel video Eddie canta in riva all’oceano ed è accompagnato oltre che dall’ukulele dal rumore delle onde, dà spazio all’ottimismo. E la partecipazione di Glen Hansard che duetta con Vedder in “Sleepless Nights” e quella di Cat Power in “Tonight You Belong To Me” danno conferma a quel che Vedder aveva affermato qualche tempo fa: “Il mondo del rock è assai meno romantico di un tempo”, il furore del Grunge fa ormai parte di un’esperienza remota e la migliore occasione per ridare smalto alla musica è proprio questo album.
ilfattoquotidiano.it

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5/18/2011 9:08 AM
 
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Francia, il fallimento del protezionismo rock
Per legge musica nazionale in radio, ma non basta

Il Daily Telegraph ne parla senza nascondere una qualche ironia. Le radio francesi, dice, sono alle corde per via della legge che nel 1994, tentando di arginare l’invasione (barbarica) della musica anglofona, ha obbligato le emittenti nazionali a mandare in onda dalle 6,30 alle 22,30 il 40 % del repertorio locale, metà del quale di nuovi talenti. Allora la grandeur nazionale si fece norma contro le sirene del rock e del pop internazionali, inevitabilmente gorgheggianti in inglese. La formula aveva in verità attirato l’interesse della (scarsa) discografia autenticamente Made in Italy e non sotto l’egida delle major; ma un’idea simile da noi non è mai passata.

Adesso, il Daily ci racconta l’altra faccia della medaglia del protezionismo french. Le radio dei nostri cugini d’Oltralpe cercano, spiega l’autorevole quotidiano britannico, di arginare la marea delle canzoni in inglese, ma giurano di non poter più riempire la quota del 40 % di legge con il repertorio nazionale, perché diminuiscono i testi che nascono in francese, visto che gli artisti ansiosi di varcare i confini cantano in inglese: per dire, quest’anno alla Victoire de la Musique - premio nazionale tipo Grammy che noi non abbiamo in Italia, e l’esempio di Sanremo non è calzante - è arrivata vincitrice Yael Naim, nota anche da noi, francoisraeliana, il cui repertorio è per la maggior parte in inglese.
E’ da gennaio, al Midem, che in Francia si discute. Anche perché il problema è tristemente strutturale: nel 2003 gli album usciti in francese sono stati 718, nel 2010 solo 138. Non sono più nati Brassens o Greco ad allargare l’immaginario musicale oltreconfine (e Carlà è italiana). Il capo di due emittenti, Fun e RTL2, è sbottato: «Non si può andare avanti così, la faccenda delle quote deve cambiare», ma subito si sono fatti avanti gli avversari, e David El Sayegh (poco francese anche lui, con quel cognome) responsabile dello Snep che protegge gli interessi discografici nazionali, gli ha risposto: «Le radio FM usano solo 15 singoli per coprire il 90 % della loro quota. E’ segno che sono terrorizzati dal nuovo materiale». Il Csa, una specie di Autorità francese per le Comunicazioni, per ora nicchia, ma c’è aria di conservazione. L’unica risposta arrivata finora salva la legge, stabilendo che se un francese canta in inglese, non rientra nella quota riservata ai prodotti nazionali. Come finirà?
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qualche legge [SM=g6112] ce l'hanno pure in Francia..
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5/18/2011 9:19 AM
 
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tutti i concerti di Rockinroma

www.rockinroma.com/concerti.html
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5/24/2011 10:19 AM
 
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segnalo dalle mie parti un paio di concerti gratuiti nel fine settimana..

venerdì in pineta a Guidonia il Muro del Canto in concerto..
domenica sera a Sant'Angelo Romano live in piazza del Banco del Mutuo Soccorso..
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6/1/2011 9:54 AM
 
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Bello il concerto degli Interpol l'altra sera..scaletta equilibrata, pezzi coinvolgenti, boun sound, acustica decente..Tra le mie preferite nn hanno fatto Roland e Public pervert, però esecuzione quasi integrale di Antics e degna chiusura con Obstacle1...
l'unica grossa controindicazione dell'Atlantico è il caldo ..praticamente un forno e piu' che il sudare la vera sofferenza è che si respira aria morta dopo 10 minuti..
Ai Primus il 27 giugno andatece in costume...


Questa la scaletta...




01. SUCCESS
02. SAY HELLO TO THE ANGELS
03. NARC
04. HANDS AWAY
05. BARRICADE
06. REST MY CHEMISTRY
07. THE NEW
08. C'MERE
09. LIGHTS
10. SUMMER WELL
11. NYC
12. THE HEINRICH MANUVEUR
13. MEMORY SERVES
14. SLOW HANDS
15. SPECIALIST
16. EVIL
17. NOT EVEN JAIL
18. OBSTACLE 1
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7/2/2011 1:10 PM
 
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Jim, la leggenda che non vuole morire


Ventisette anni di vita,quaranta di enigmi:la fine del cantante dei Doors è un caso ancora apertoPIERO NEGRI

Da quarant’anni Jim Morrison non riposa in pace al cimitero del Père Lachaise, a Parigi. Lo piangono in tanti, in troppi, in pubblico, scrivendo libri e girando film, avverando così l’epigrafe che i suoi genitori hanno aggiunto pochi anni fa sulla sua tomba: «Nel segno del suo demone».

James Douglas Morrison, per tutti Jim, cantante dei Doors, autore di tutti i testi del gruppo, morì il 3 luglio del 1971 a Parigi. A 27 anni. E qui finiscono le certezze. I documenti parlano di arresto cardiaco, ma che cosa o chi abbia fermato il suo cuore, nessuno lo sa con certezza.

La fidanzata di sempre, Pamela Courson, disse di averlo ritrovato senza vita nella vasca da bagno dell’appartamento che condividevano in Rue de Beautreillis, al Marais. Poi ereditò tutti i suoi averi, e cioè i diritti d’autore delle canzoni dei Doors, litigò con i superstiti del gruppo e con il resto del mondo, visse in isolamento altri tre anni e finì per morire di overdose sul divano di casa, a Los Angeles. A 27 anni. Un vicino di casa raccontò di averle sentito dire, negli ultimi giorni, che presto avrebbe visto Jim, e pensò che stesse delirando.

Bisogna allora credere a Sam Bernett, che in quel 1971 aveva appena abbandonato il mestiere di giornalista per aprire un locale a Saint-Germain-des-Prés, il Rock And Roll Circus, e che a ricordare (e a raccontare) i dettagli della morte di Morrison ha impiegato esattamente 36 anni?

Solo nel 2007 la versione di Bernett finì in un libro, lanciato da un’intervista al giornale inglese «Mail On Sunday» in cui diceva di aver visto Jim Morrison anche la notte tra il 2 e il 3 luglio, seduto al bar con due tipi che «facevano gli spacciatori, e che tutti conoscevano. Jim era venuto al Rock And Roll Circus a comprare eroina per la sua fidanzata Pamela».

Dovette esserci un cambio di programma, quella sera, perché alcune ore dopo Bernett sarebbe stato chiamato ad abbattere la porta di una toilette, bloccata dall’interno. Fu quello il luogo della fine di Jim Morrison, secondo lui: «Lo riconobbi subito per la giacca militare e gli stivali comprati in Camargue da cui non si separava mai. Era lui, la testa tra le ginocchia, le braccia lungo il corpo. Era morto, decisamente. Doveva essersi sniffato l’eroina, perché dalla bocca uscivano schiuma e sangue».

Sarebbero stati i due spacciatori a trasportare il corpo del cantante all’appartamento di Rue de Beautreillis e a immergerlo nella vasca da bagno, dopo aver minacciato tutti i possibili testimoni. Un dettaglio, un’inezia? In fondo, che importanza ha, sapere dove è morto per davvero Jim Morrison? Ma allora perché nessuno pensò di fargli un’autopsia? Perché fu sepolto al Père Lachaise in tutta fretta, e al funerale parteciparono meno di dieci persone e nessun parente, alimentando così le immancabili voci su una morte finta, una messa in scena e una fuga alle Seychelles, dove tre anni dopo l’avrebbe raggiunto Pamela?

Le risposte, come sempre, vanno cercate nella vita, più che nella morte. Jim Morrison era arrivato a Parigi nel marzo del 1971, tre mesi dopo l’ultimo concerto con i Doors. Il 12 dicembre 1970, quattro giorni dopo aver compiuto 27 anni, a New Orleans aveva avuto un crollo nervoso, dal vivo, in pubblico. A metà concerto aveva preso a sbattere il microfono sulle assi del palcoscenico fino a distruggerlo e si era rifiutato di continuare a cantare.

«Sapevo che la vita pubblica della band era finita. Vedevo un vecchio, triste cantante di blues che un tempo era stato formidabile ma che ora non era più in grado di farcela», scriverà poi John Densmore, il batterista dei Doors, ricordando quella sera nel suo libro di ricordi «Riders On The Storm», appena uscito in Italia.

I Doors ebbero appena il tempo di finire «L.A. Woman», il loro sesto album, prima che Morrison se ne partisse per Parigi, dove già viveva Pamela e dove avrebbe provato a cambiare vita. Ingrassato, imbolsito, con la barba lunga e gli occhi spenti, nelle foto di quei mesi sembrava invecchiato, improvvisamente, di anni.

Non ci voleva uno psicologo per capire che non ce la faceva più a reggere la parte che la storia e il talentogli avevano assegnato, quella della rockstar tormentata e maledetta, l’artista della parola che vive ed espone al pubblico ogni suo tormento, ogni desiderio, l’agnello di Dio che assume su di sé i peccati del mondo e li redime incidendoli nei dischi e nella propria carne.

Jim Morrison voleva scomparire, scrivere poesie e nascondersi al mondo, quando, nel marzo del 1971, se ne andò a Parigi. Dove nessuno lo riconosceva per strada e nessuno gli chiedeva di essere il portavoce di una generazione. Dove avrebbe potuto inseguire il sogno dell’adolescenza e trasformarsi nell’Arthur Rimbaud del XX secolo, il poeta della sregolatezza dei sensi, il veggente, il viaggiatore. «Non ha fatto altro che viaggiare terribilmente e morire giovanissimo», aveva scritto di lui Paul Verlaine.

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“La curva sud ci ha dato una lezione, si può anche perdere, si possono anche subire amare sconfitte, ma con quegli striscioni che hanno esposto ci hanno fatto capire che nei momenti sfavorevoli bisogna aumentare le energie. Loro ci danno la fede noi gli dobbiamo dare il carattere”. Dino Viola
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7/6/2011 2:56 PM
 
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torna a Guidonia [SM=g27995] il festival di musica celtica dal 14 al 17 luglio..

il programma è qui..

fairylandsfestival.org/programma.html
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Re:
Sound72, 06/07/2011 14.56:


torna a Guidonia [SM=g27995] il festival di musica celtica dal 14 al 17 luglio..

il programma è qui..

fairylandsfestival.org/programma.html




ci sono venuto qualche anno fa, c'era il mio fisioterapista che stava in fissa co sta musica e me faceva 'na capa tanta e mi parlò di questo festival....
poi a me le cornamuse mi piacciono un sacco , fanno tanto highlander [SM=g11491]
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7/18/2011 7:06 PM
 
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il festival è stato molto piacevole, ben organizzato, e con notevole afflusso di gente..da considerare che era come in passato totalmente gratuito e da quanto mi è stato detto -perchè nn sono un intenditore di musica celtica e irlandese- pure stavolta con presenza internazionale di artisti molto famosi.
Quello che continuo a capire poco è il pregiudizio o condizionamento politico su questo genere di musica...da un lato viene visto come espressione di estrema destra quando si tratta di esibizioni di artisti irlandesi o scozzesi che tutto sono meno che fascisti e allora c'è gente che si professa di sinistra che per principio " schifa " questo genere di eventi..dall'altro lato invece si fa leva su una simbologia ben precisa e su determinati miti e leggende celtiche per vedere in un evento musicale una sorta di celebrazione politica..e a qualcuno fa gioco perchè nelle bancarelle trovi pure i libri di Ezra Pound e allo stesso tempo vedi ragazzi di 16 anni farsi la foto vicino al totem con la celtica...
Una strumentalizzazione che nn a caso ha una paternità a livello di amministrazione comunale visto che questo festival a Guidonia negli anni è stato organizzato solo con la giunta di centro destra ( ed il relativo ok al finanziamento.. )..
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